Spessimo parlo della necessità di non vergognarsi della propria storia personale e di raccontare a se stesse e al mondo la verità.

Perché la verità ci rende libere e ci eleva.

Il libro di Antonella Mattioli, <<L’amore che non ti meriti>>, è un’ode alla verità.

L’ho intervistata per questo.

  1. Grace: La tua storia è un’ulteriore prova del fatto che manipolatori di varia natura puntano alle donne forti. Ti definisci nel tuo libro come una donna che ha sempre scelto, non si è fatta mai scegliere. Pensi siano state la tua buona fede, l’innocenza ed il tuo “prepotente desiderio di maternità” a spingerti nelle grinfie di quell’uomo?

    Antonella Mattioli: Ciò che mi ha spinto verso Jacopo fu l’attrazione per la sua bellezza che, come ho spiegato, ritengo un sentimento perchè ti fa provare emozioni potenti, come davanti a un’opera d’arte, un paesaggio o una musica particolare. La prima volta che lo vidi avevo 22 anni e lo consideravo irraggiungibile.
    Quando lo rividi e iniziò il primo periodo insieme il mio “prepotente desiderio di maternità” era stato soddisfatto 8 anni prima con la nascita di mio figlio, quindi lo escludo totalmente. Essendo una persona profondamente onesta, mi aspetto sempre che lo siano tutti, pertanto mi sono lasciata convincere della sua rettitudine per come si proponeva, anche se a quel tempo stava ancora con la convivente che poi effettivamente lasciò (un pò troppo in fretta, dopo 9 anni) ma che, in pratica, continuava a sentire e probabilmente a frequentare dicendo a me che lei stava male e non voleva traumatizzarla (e potevo capirlo benissimo). In realtà è tipico tenere i piedi in due scarpe (o 3 o 4) in modo da avere sempre la “fonte primaria” dalla quale tornare se il nuovo rapporto non dovesse funzionare. Infatti, dopo la prima rottura, si rimisero insieme.
    Quindi attrazione fisica anzitutto, onestà, buona fede da parte mia. Poi sai anche tu come sappiano proporsi intercettando i tuoi gusti, facendo propri i tuoi valori: è la maschera che indossano la chiave di tutti. In più, essendo lui psichiatra, credevo di essere in buone mani (!!!).

  2. Grace: Nel libro riporti una citazione di Virginia Woolf <<È molto più difficile uccidere un fantasma che una realtà>>. Perché  di fronte all’evidenza si continua ad idealizzare uomini manpolatori?È incredibilie la lucidità e consapevolezza con cui ti racconti. Hai scritto di essere stata consapevole di esserti fatta incantare da qualcuno che in realtà non esisteva.

    Antonella Mattioli: Probabilmente Jacopo si era reso conto prima di me di non essere colui che io credevo perchè, in uno degli ultimi messaggi dopo la rottura, scrisse “sono convinto di non piacerti”. Certo che mi ero resa conto, man mano che si dimostrava per quello che era, che non c’era niente di ciò che diceva o faceva che mi andasse bene: era finita la fase del “love bombing”, era caduta la maschera ma ancora non volevo ammettere che la mia infinita attesa, il mio investimento emotivo, le mie aspettative e speranze, fossero state riposte in un uomo così spregevole. Riconoscerlo sarebbe stato, in fondo, come assistere al mio funerale. Ammettere a me stessa che avevo completamente sbagliato la valutazione di chi avevo scelto come compagno, ha significato perdere  definitivamente mia identità (che è una cosa diversa dalla sensazione del fallimento, quella non l’ho mai provata), già messa alla prova dal rapporto devastante.
    A ciò si aggiunga che la mancanza di un congedo (spiegazioni è impossibile averle), rende impossibile elaborare il lutto. Come accade per una morte improvvisa. Ed è quello che ho cercato per anni, oltre a tentare di trovare motivazioni a quel trattamento. E lo psichiatra che avrebbe dovuto aiutarmi, esasperato dal mio parlare solo ed esclusivamente di lui (per 4 anni), mi urlò “è colpa sua se lui se ‘è data a gambe levate”. Ovviamente non sapeva nulla del disturbo narcisistico della personalità e dei danni che causa o, semplicemente, voleva proteggere il collega. Questo per dire che certo costui non mi aiutò. Ma tornerò dopo sull’argomento.
    Quindi, senza congedo e comprensione di quanto successo, ho dovuto fare i conti con un fantasma, che mi ha perseguitato per tantissimi anni.

  3. Grace: Iroso, dettava regole, il massimo della progettualità era proporre un weekend insieme, destabilizzante, gli occhi sembravano quelli di un estraneo, provocava inquietudine, dal bombardamento damore iniziale era passato agli insulti peggiori. L’abbandono improvviso e senza spiegazioni. Insomma, sempre lo stesso copione che si ripete. Cosa consiglieresti di fare ad una ragazza giovane? A che punto della relazione bisogna  dirsi:<< basta. Vado via.>>?

    Antonella Mattioli: Bisogna dire basta quando ci si rende conto che la tua personalità sta per essere schiacciata definitivamente, quando c’è anche solo un gesto lievemente violento (es. uno spintone), quando c’è mancanza di rispetto, quando il sospetto del tradimento esiste, quando si capisce anche solo per una volta che ha detto una bugia. Ma è molto difficile quando si ama profondamente. Bisogna toccare il fondo e percepire l’annullamento del proprio sè.

  4. Grace:<<L’amore che non ti meriti`>> potrei definirlo un trattato di onestà riguardo la tua esperienza di abuso narcisistico e un inno alla speranza. Come hai fatto a perdonare lui e a perdonare te stessa?

    Antonella Mattioli: Ho perdonato lui quando ho capito che è affetto da una patologia descritta nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM). C’è chi ritiene che costoro siano perfettamente consapevoli dei danni che causano. Non lo so e non so fino a che punto. Certamente avvertivo che era un animo tormentato e senza pace. Pur non avendo assolutamente la “sindrome della crocerossina”, avrei voluto aiutarlo a stabilizzarsi. Poi è degenerato: con le successive compagne lui, psichiatra, si è lasciato andare ad aggressioni e percosse ed è dedito pesantemente al bere (tipico del disturbo specifico).
    Io non ho avuto bisogno di perdonarmi perchè posso guardarmi nello specchio senza vergogna.
    Il mio libro vuole dare speranza a chi ha subito un rapporto malato, ma ritengo che non si ritorni più integre e le crepe resteranno per sempre. Credo sia come aver contratto una malattia dalla quale si può guarire ma, come un virus, resta nel sangue. Ovviamente non l’ho mai detto apertamente. Ma per questo mi sono sottratta alle tante persone che mi avvicinavano alle presentazioni del libro, che mi hanno scritto, ho chiuso la mia pagina Facebook, perchè sentivo che si aggrappavano a me in cerca di speranza e io non voglio darla più di tanto. Per quanto mi riguarda, nel 2016 ho abbandonato definitivamente la professione perchè non riuscivo più a mantenere il giusto distacco professionale e mi lasciavo coinvolgere troppo dal dolore dei miei assistiti. Ho deciso di dedicarmi ai miei interessi e essere padrona del mio tempo.
    Inoltre, avendo subito uno stupro psichico, non sono mai più riuscita a essere avvicinata da un uomo o provare interesse per qualcuno. La solitudine sentimentale è molto difficile da accettare e prevede un lunghissimo e doloroso percorso, ma non accetto compromessi e non sono una dipendente affettiva.
    Forse una donna più giovane (io avevo 46 anni), una ragazza con tutta la vita davanti, potrà riuscire a rifarsi una vita. Dipende da tantissime cose.

    Mi preme altresì che venga sconsigliato di rivolgersi a uno psichiatra (soprattutto freudiano) per trovare aiuto perchè, come dice la stessa M. France Hirigoyen (peraltro psichiatra), non hanno l’empatia sufficiente per far sentire accolti e capiti, nè i metodi giusti. Riporto il brano sul punto del suo libro “Molestie morali” nel mio.
    Ecco, una cosa per la quale non riesco a perdonarmi è essere rimasta per altri 4 anni dallo psichiatra al quale mi ero rivolta prima di iniziare il rapporto con Jacopo. Ero già lì e lì sono rimasta, avvolta in un loop senza fine. Non mi sarei mai ripresa se non mi fossi decisa a mandarlo al diavolo. Non perdono me e non perdono lui.